Giubbe Rosse

Giubbe Rosse

anomalie nel paradigma

"Quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi. Guidati da un nuovo paradigma, gli scienziati adottano nuovi strumenti e guardano in nuove direzioni. Ma il fatto ancora più importante è che, durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse anche quando guardano con gli strumenti tradizionali nelle direzioni in cui avevano già guardato prima. Dopo un mutamento di paradigma gli scienziati non possono non vedere in maniera diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche".
Thomas S. Kuhn

FARMACI ORFANI

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Tiene banco l’annuncio odierno sull’efficacia anti-covid del molnupiravir, il farmaco sperimentale di Merck. Non intendo annoiare nessuno con la sua farmacologia, né tanto meno con le controversie legate ai suoi ipotizzati effetti mutageni. Trovate tutto sulla pagine di Wikipedia.

Mi interessa maggiormente commentare due questioni:

  1. L’efficacia riportata consiste nella riduzione del 60% di ricoveri e decessi. Dal 14,1% al 7,3%. Molto bene il dato degli zero decessi con il farmaco verso otto nel placebo[1]. Ora, curiosamente 14% (virgola quattro, in quel caso) è anche il tasso di ospedalizzazioni nella casistica dello studio italiano che mesi fa – per qualche giorno – ha portato all’attenzione delle cronache aspirina e FANS[2]. La somministrazione precoce di questi farmaci riduceva quel 14% al 2,2%, quindi con un’efficacia relativa dell’85%, ben più, quindi, di questo nuovo antivirale. La casistica dello studio italiano era indubbiamente più limitata e nessuno fortunatamente è deceduto. Ma la sua comparabilità con lo studio Merck sta quanto meno nella medesima percentuale di aggravamenti.
  2. Lo studio Merck ha arruolato pazienti ambulatoriali con covid sintomatico da non oltre cinque giorni [3], che sono precisamente le condizioni che i medici che curano il covid a domicilio dicono essere essenziali: trattamento immediato ai primi sintomi e comunque entro pochi giorni. Questa è la finestra di opportunità.
Fonte: Pubmed
Fonte: Reuters, 29 settembre 2021

Tutto questo per dire che, se arriverà un ulteriore farmaco anti-covid di qualche efficacia, sarà un’ottima cosa. Ma anche e soprattutto per osservare come farmaci di paragonabile e forse maggiore efficacia li abbiamo da sempre. La domanda più ovvia, se mai, è perché ancora non rappresentino uno standard esplicito, bensì solo timide linee guida alquanto controverse. Altra domanda è per quale motivo non esista ad oggi un’iniziativa istituzionale di ricerca e sviluppo di trattamenti precoci per il covid, perché il tema debba essere lasciato ai litigi da cortile dei social, oltretutto avendo l’impressione che l’opportunità di un trattamento che eviti le ospedalizzazioni quasi infastidisca taluni.

Comprendo facilmente che dietro una nuova molecola coperta da brevetto esistano legittimi interessi che fanno da motore per tutto un programma di ricerca e sviluppo a sua volta sostenuto da quell’attività di lobby trasparente e del tutto lecita che interviene sulle agenzie regolatorie per garantire valutazioni celeri e favorevoli. E che nel frattempo, grazie a straordinari uffici stampa, cura la comunicazione e l’immagine in maniera strategica e capillare. Al contrario, tanti altri farmaci di uso consolidato e senza più particolare interesse commerciale sono comprensibilmente figli di nessuno.

Ma quelle stesse agenzie, che sono di natura pubblica, o quanto meno gli stati, i governi e le istituzioni che le esprimono e cui dovrebbero rispondere, converrebbe si facessero carico di un’attiva ricerca clinica che invece da mesi non sembra essere all’ordine del giorno. Insomma, bene l’antivirale se arriverà, ma nel frattempo vediamo di utilizzare al meglio quel che già abbiamo. Che è tanto.

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