Giubbe Rosse

Giubbe Rosse

anomalie nel paradigma

"Quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi. Guidati da un nuovo paradigma, gli scienziati adottano nuovi strumenti e guardano in nuove direzioni. Ma il fatto ancora più importante è che, durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse anche quando guardano con gli strumenti tradizionali nelle direzioni in cui avevano già guardato prima. Dopo un mutamento di paradigma gli scienziati non possono non vedere in maniera diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche".
Thomas S. Kuhn

DRAGHI: IL NUOVO METTERNICH INVIATO DA WASHINGTON

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Che cosa ha detto Mario Draghi al Global Solutions Summit 2021:

  • Il globalismo è un paradigma irreversibile. Problemi e conflitti si risolveranno sempre più in futuro con soluzioni globali, pianificate dall'alto da organismi sovranazionali.
  • Dobbiamo vaccinare tutto il mondo, ma solo con vaccini a mRNA. Vaccinarsi diventerà d'ora in poi un gesto abituale.
  • Lo spazio della sovranità è l'UE. Nessun margine per il ritorno alle sovranità nazionali.
  • Con la Cina si deve dialogare, ma anche esigere un allineamento spontaneo all'Occidente.
Draghi si conferma non solo l'uomo di Biden, ma anche il novello Metternich: il pompiere venuto a spegnere definitivamente l'incendio sovranista in Italia. E, forse, in Europa.

Non che noi ne dubitassimo. Ma il discorso pronunciato ieri dal presidente del consiglio durante la seconda giornata del Global Solutions Summit 2021 dovrebbe aver fugato ogni residuo dubbio, anche nei più ostinati, su chi sia veramente Mario Draghi, quali siano le forze che lo hanno portato a Palazzo Chigi, quali siano i suoi reali obiettivi e, non ultimo, che cosa l’Italia debba aspettarsi da lui e dal suo governo.

IL GLOBALISMO È IL NUOVO PARADIGMA

Già in apertura Draghi manda un messaggio molto chiaro “a chi deve capire”:

"Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’interruzione nel processo di globalizzazione. In molti Paesi, i cittadini hanno abbracciato il sovranismo e il 'nativismo' come risposta alle loro ansie politiche ed economiche. La pandemia di Covid-19 ha colpito un mondo sempre più diviso. Mentre i governi lottavano con la loro stessa mancanza di preparazione, la tentazione è stata quella di incolpare gli altri e cercare protezione dentro di sé".

L’incipit è un autentico inchino alla nuova amministrazione che governa a Washington. Non solo Draghi affossa subito ogni illusione di ritorno al primato dello Stato nazionale. Il riferimento alla tentazione che alcuni Stati hanno avuto di addossare la colpa ad altri è un chiaro riferimento a Trump, che a suo tempo aveva additato la Cina come origine e causa della pandemia, arrivando a chiamare il Covid-19 “il virus cinese”. Questo approccio è sbagliato e non deve essere ripetuto, sembra voler dire Draghi. Non importa da dove è partito il virus, quello che conta è che il Covid-19 è diventato un problema globale e i problemi globali richiedono soluzioni globali. La pandemia, dunque, è stata un vero toccasana per i globalisti. È arrivata proprio nel momento in cui si stavano manifestando forze centrifughe che minacciavano di interrompere il processo di globalizzazione, un principio che Draghi considera evidentemente inviolabile e irreversibile. Il Covid-19 è venuto a ricordarci, dice esplicitamente Draghi, che i problemi di oggi richiedono risposte globali centralizzate:

"Il multilateralismo sta ritornando. La crisi sanitaria ci ha insegnato che è impossibile affrontare i problemi globali con soluzioni nazionali. Lo stesso vale per le altre sfide determinanti dei nostri tempi: il cambiamento climatico e le disuguaglianze globali. Come quest'anno alla Presidenza del G20, l'Italia è determinata a guidare il cambiamento di paradigma. Il mondo ha bisogno del mondo intero, non di un insieme di singoli Stati".

Si illude chi ritiene che il Covid-19 sia un incidente di percorso, superato il quale si tornerà alla “normalità” del secolo scorso. Niente di più sbagliato: anche il cambiamento climatico e il problema delle diseguaglianze sono problemi globali, che dovranno essere affrontati complessivamente con una risposta coordinata e globale. Draghi parla addirittura di “cambiamento di paradigma”, intendendo esplicitamente che il globalismo è ormai il nuovo, irrinunciabile e irreversibile archetipo che dovrà guidare il mondo e ispirare i suoi leader. Indietro non si torna. Inutile invocare il ritorno alla normalità: la nuova normalità è questa e in futuro lo sarà ancora di più. Parole che riportano alla memoria quanto ripetuto in più occasioni dal fondatore e direttore del World Economic Forum, Klaus Schwab.

IL VACCINO COME NUOVA NORMALITÀ GLOBALE

Il passaggio successivo è dedicato interamente all’emergenza sanitaria e solleva una serie di questioni sulle quali è necessario soffermarsi. Per cominciare, si ascolti il passaggio a partire da 14:14 e si noti come Draghi scandisca il termine “effective”. L’obiettivo dichiarato non è solamente vaccinare tutti, inclusi gli abitanti dei paesi più poveri, ma fornire loro vaccini che siano “efficaci”:

"La nostra prima priorità è, naturalmente, sconfiggere la pandemia. Questo significa farlo ovunque e non soltanto nei Paesi sviluppati. Garantire che i paesi più poveri abbiano accesso a vaccini efficaci è un imperativo morale. Ma c'è anche una ragione pratica e, se vogliamo, egoistica. Finché la pandemia infuria, il virus può subire mutazioni pericolose che possono minare anche la campagna di vaccinazione di maggior successo".

È lecito chiedersi perché Draghi abbia sentito il bisogno di sottolineare che i vaccini debbano essere “efficaci”. Puntualizzazione che, a rigore logico, comporta la conclusione che vi siano evidentemente vaccini che non lo sono. Non è difficile intuire dove Draghi voglia andare a parare con il suo linguaggio tecnocratico e apparentemente sibillino: si dovranno privilegiare quei vaccini su cui l’Unione Europea ha deciso di investire massicciamente, ossia quelli ad mRNA (per non far nomi, Pfizer-BioNTech e Moderna, senza limitazione per altri vaccini con tecnologia analoga come il CVnCoV, prodotto da GSK insieme alla tedesca Curevac, attualmente in fase di approvazione per uso di emergenza presso le agenzie regolative globali, e altri vaccini analoghi attualmente in fase di trial). Verranno esclusi, quindi, altri vaccini a DNA e vettore adenovirale (la Commissione Europea ha infatti già annunciato da tempo che non rinnoverà i contratti con AstraZeneca e Johnson&Johnson) e non verrà dato nessuno spazio, ovviamente, a vaccini russi e cinesi. Questo è, grosso modo, ciò che Draghi intende dire quando afferma che è un imperativo morale garantire anche ai paesi più poveri vaccini “efficaci”. Se qualcuno dubita di questa interpretazione, basterà che ascolti il seguito dell’intervento di Draghi:

"Il Global Health Summit a Roma la scorsa settimana ha offerto una serie di risposte molto concrete a questa crisi. Le generose promesse dei singoli Paesi - e voglio sottolineare da parte delle aziende farmaceutiche, quindi del settore privato - ci mettono nelle condizioni di accelerare la campagna vaccinale globale. L'iniziativa dell'UE volta a sviluppare la capacità di produzione dei vaccini nei paesi a basso e medio reddito aiuta l'Africa ad affrontare molte malattie, non solo il Covid-19".

È facile intuire quali siano le compagnie farmaceutiche a cui Draghi fa riferimento, benché queste non vengano menzionate esplicitamente.

L’altro punto significativo di questo passaggio è il riferimento alle varianti. Queste ultime, afferma esplicitamente Draghi, possono compromettere anche le campagne vaccinali di maggior successo. Qui il premier sembra voler mettere le mani avanti e anticipare fin d’ora quello che sarà con ogni probabilità il dibattito mediatico e scientifico a partire dal prossimo ottobre, quando verosimilmente si registreranno non pochi casi di Covid anche tra i vaccinati. Come giustificare una nuova insorgenza dei casi anche nella popolazione vaccinata, dopo che per più di un anno leader mondiali ed esponenti prestigiosi della comunità scientifica si sono spesi per convincere l’opinione pubblica che i vaccini avrebbero consentito il ritorno alla normalità? Anche qui, Draghi sembra voler dire implicitamente che la popolazione dovrà rassegnarsi fin d’ora al cambio di paradigma: vaccinarsi sarà sempre più una ricorrenza abituale, da ripetere ogni sei mesi o ogni anno (come egli stesso ha affermato a chiare lettere qualche settimana fa). Dopo il Covid-19 vi saranno altre pandemie, ma noi saremo preparati:

"E la dichiarazione di Roma presenta una serie di principi molto utili per assicurarsi che la comunità globale sia meglio preparata ad affrontare la prossima pandemia".

Le nuove tecnologie usate in campo medico-scientifico permetteranno di combattere molte malattie, non solo il Covid-19. E questo non soltanto nel ricco Occidente, ma anche in Africa, dove la popolazione continua a crescere a ritmo vertiginoso e il fabbisogno di vaccini è enorme. Draghi disegna, dunque, uno scenario tipicamente progressista, fondato sul positivismo scientifico e sul marketing emotivo dell’aiuto al Terzo mondo, un cocktail vincente che fa sempre breccia nelle maggioranze progressiste che sembrano attualmente essere tornate in auge sia in Europa che oltreoceano. Uno scenario che, tuttavia, dietro la sovrastruttura buonista, nasconde la prospettiva di profitti potenzialmente illimitati per quelle case farmaceutiche che già oggi sono fortemente posizionate in questo business. Abituatevi ai vaccini, insomma, perché il new normal sarà questo.

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO È UN'EMERGENZA COME LA PANDEMIA

Ribadito il primato del globalismo e la necessità di affrontare l’emergenza pandemica con il ricorso alle grandi compagnie farmaceutiche, l’ossequio verso i poteri forti prosegue quindi, quasi naturalmente, con l’argomento successivo: l’emergenza climatica:

"La battaglia contro il virus non può distogliere la nostra attenzione dalla lotta al cambiamento climatico. I ghiacci polari si stanno sciogliendo e il livello del mare è in aumento. Il numero di disastri legati al clima segnalati naturali è più che triplicato a partire dagli anni Sessanta e questi eventi sono destinati ad intensificarsi nei prossimi decenni. Nei paesi a basso e medio reddito, le calamità naturali arrivano a costare 390 miliardi di dollari all'anno, una cifra sconvolgente. L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il cambiamento climatico causerà 250.000 morti all'anno tra il 2030 e il 2050".

Il cambiamento climatico è una vera e propria emergenza, dice Draghi. Non c’è più da pensare, occorre agire e agire subito. Oltre al già citato Klaus Schwab, tornano qui alla memoria le parole pronunciate giorni fa da Greta Thunberg in un video che, al solito, ha trovato ampia ricezione sui mainstream e sulle reti sociali. Con i toni messianici e apocalittici che la contraddistinguono (e che, proprio per questo, la rendono così apprezzata presso il suo pubblico prevalentemente adolescenziale), la giovane ambientalista svedese ha affermato che “la crisi climatica, la crisi ecologica e la crisi sanitaria sono tutte interconnesse”. L’accostamento tra le parole di Draghi e quelle dell’eroina dei Fridays For Future può sembrare irriverente o inappropriato, ma non lo è affatto. E neppure il timing è casuale. Il contenuto del messaggio di Greta è identico a quello di Draghi, come identici sono i poteri forti che sottendono ai due personaggi. Cambia solamente il lessico e il target di pubblico. Per il resto, entrambi perseguono gli stessi obiettivi e sono i portavoce degli stessi interessi: quelli del grande capitale che ha scommesso miliardi sulla transizione ecologica nei prossimi decenni e non può permettersi ritardi o incidenti di percorso. Fate presto!

Draghi si è quindi premunito di far sapere che l’agenda dell’Italia (come traspare, tra le altre cose, dal PNNR) è perfettamente in linea con quanto si attendono la presidente Ursula von der Leyen e Bruxelles:

"Il primo [obiettivo dell'Italia ndr] ]è impegnarsi a ridurre le emissioni sufficientemente al punto da limitare il surriscaldamento globale non oltre 1,5 gradi e da raggiungere le emissioni nette pari a zero entro il 2050. Il secondo è mitigare i potenziali danni associati ai cambiamenti climatici. Dobbiamo rafforzare le nostre misure di contenimento, ad esempio accelerando l'eliminazione graduale del carbone".

L'UE COME SPAZIO DELLA NUOVA "SOVRANITÀ CONDIVISA"

In una delle sue risposte alla moderatrice, Draghi ha posto poi una pietra tombale sulle residue illusioni di chi ancora si ostina a vedere in lui il paladino della sovranità nazionale dell’Italia. Al contrario, Draghi ha usato ripetutamente l’espressione sovranità condivisa per indicare molto freddamente che l’Italia è ormai legata in modo inscindibile e irreversibile all’Europa e che qualsiasi decisione nazionale non potrà che passare per il vaglio, l’interpretazione e l’approvazione di Bruxelles. Non ci soffermeremo qui sul carattere puramente propagandistico di questo concetto. Tutti conoscono bene i rapporti di forza all’interno dell’UE e sanno anche che sovranità condivisa è solo un eufemismo per non dire che l’Italia rinuncerà a qualsiasi ipotesi di uscita dall’Euro e qualsiasi pretesa di percorso autonomo e si adeguerà a quanto si aspettano la Germania e Bruxelles. Quello che ci interessa in questa sede è essenzialmente l’aspetto politico. Draghi ha mandato il messaggio a chi doveva riceverlo. Un messaggio rassicurante e chiarissimo: il sovranismo in Italia è finito.

"Quello che ha detto Angela è giustissimo, concordo pienamente con lei. L'UE è un nuovo spazio che ha dimostrato la sua sovranità nella campagna vaccinale e nella produzione di vaccini. Ma io credo che questa sovranità condivisa si estenderà a molti altri campi. E gli sviluppi delle relazioni internazionali, gli sviluppi degli affari esteri mostrano chiaramente come in Europa abbiamo bisogno di una sovranità comune in molti campi, anche al di là della sanità".

LA CINA DOVRÀ ADEGUARSI AI PARADIGMI DELL'OCCIDENTE

Se c’è un tema sul quale la convergenza di Draghi con la nuova amministrazione di Washington arriva ad essere totale, quello è certamente la Cina. Già in risposta alla prima domanda della moderatrice dell’evento, Melissa Eddy, corrispondente da Berlino per il New York Times (23:27), Draghi ha lanciato tra le righe una prima velenosa stoccata a Pechino:

"La pandemia ha messo in luce i limiti della globalizzazione all'inizio. Non avevamo protocolli comuni, non ci siamo scambiati informazioni per un po' di tempo".

Il riferimento (sottile, ma preciso) ai ritardi nella comunicazione dei primi casi sospetti, ormai innegabili dopo le recenti dichiarazioni dell’ex funzionario dell’OMS Francesco Zambon, è fin troppo chiaro. Nel penultimo giro di domande, Draghi chiarisce meglio la sua posizione su questo tema. La Cina è un soggetto ineliminabile nel nuovo scenario multilaterale, un partner con cui si deve per forza dialogare, ma dal quale ci si aspettano anche passi concreti e spontanei nella direzione auspicata dall’Europa e dagli Stati Uniti, ora che questi ultimi con Biden hanno di nuovo aderito all’accordo di Parigi:

"Le numerose sfide di cui abbiamo discusso oggi richiedono tutte soluzioni comuni e condivise, che sono semplicemente fuori dalla nostra portata senza il pieno coinvolgimento delle principali economie mondiali. Per citare solo un dato: la Cina pesa per il 17% del Pil globale, ma è anche responsabile del 30% delle emissioni di gas. Serve preservare uno spazio di dialogo franco e aperto per la cooperazione su temi come la finanza, il lavoro e la digitalizzazione, basato sulla condivisione di regole globali comuni, senza fare passi indietro sui nostri valori democratici".

Parole chiare, con le quali Draghi intende ribadire la netta cesura con il governo Conte. L’epoca delle concessioni alla Cina è finita, l’Italia è oggi perfettamente allineata all’asse atlantico e agli interessi di Washington. Sarà compito della Cina adeguarsi (anche se, ovviamente, Draghi non chiarisce come e il suo appare più che altro un wishful thinking).

RIFLESSIONI FINALI. L'ALLINEAMENTO COME OBBLIGO MORALE E POLITICO SIA A LIVELLO NAZIONALE CHE A LIVELLO INDIVIDUALE

Il Mario Draghi che esce da questo summit assomiglia per più di un verso a un novello Metternich, un ambasciatore dei grandi gruppi finanziari venuto a imporre non solo in Italia, ma anche in Europa la nuova “restaurazione globalista” decisa da Washington dopo la stagione delle turbolenze centrifughe. Se il triennio 2016-2019 aveva visto infatti la crescita delle istanze sovraniste e nazionaliste, con la vittoria della Brexit in Gran Bretagna, l’elezione di Trump in America, il governo Conte 1 a guida M5S-Lega in Italia e l’ascesa dei partiti euroscettici in Europa, il 2020 ha segnato un chiaro trionfo delle forze globaliste, al punto che si sarebbe tentati di dire che la pandemia è arrivata per loro proprio al momento giusto. Il pensiero di Draghi può essere riassunto essenzialmente con una sola parola chiave: allineamento. Allineamento dell’Italia all’UE, allineamento dell’UE all’asse atlantico e a Washington in funzione anti-russa e anti-cinese, allineamento degli stati nazionali agli organismi globali come l’OMS, ma anche allineamento del singolo alle decisioni che vengono prese sempre più a livello sovranazionale. Il ricorso quasi ossessivo al concetto di emergenza (emergenza pandemica, emergenza climatica, emergenza sociale ecc.) è un mantra che mira specificamente a piegare, se necessario anche con la forza, qualsiasi resistenza ai nuovi diktat globali. Non c’è più spazio per il dissenso individuale, in politica, sulle piattaforme sociali, ai decreti sui lockdown o all’obbligo, più o meno esplicito, di vaccinazione. Occorre rassegnarsi e fare ciò che è necessario per salvare il pianeta, non c’è più spazio né tempo per forme di resistenza, dissenso, disallineamento. Ubi maior minor cessat. Di fronte all’emergenza, come noto, le libertà individuali e costituzionali cedono fatalmente il passo alle priorità generali. Come in guerra, si applicano leggi speciali, ovviamente in nome del preteso “bene comune”. Tutto questo avrebbe anche una sua logica, se molti di noi non sapessero che tale emergenza è perfettamente funzionale agli interessi del grande capitale e all’obiettivo del Great reset.

La storia è una ruota che gira e non smette mai di girare. E, non di rado, ripresenta ciclicamente situazioni tra loro talmente simili da apparire sovrapponibili. Non sempre chi vince una battaglia alla fine vince anche la guerra. Non sempre le restaurazioni hanno avuto successo nel medio-lungo periodo. Se la storia si fosse fermata nel 1905, ad esempio, lo zar avrebbe vinto, ma oggi sappiamo che nel 1917 le cose andarono diversamente. Né la storia si è fermata il 9 termidoro o dopo il Congresso di Vienna, come alcuni all’epoca avrebbero preteso e gradito. La globalizzazione, più precisamente il tentativo di una ristretta minoranza di nuovi optimates di imporre standard, valori, modelli e paradigmi validi indistintamente per tutto il globo in funzione dei propri esclusivi interessi, presto o tardi dovrà fare i conti con l’intrinseca fragilità di questo progetto, ossia con l’impossibilità di trovare una mediazione tra interessi difficilmente conciliabili tra loro. Ciò vale, in modo particolare, per quei grandi soggetti globali, come la Cina e la Russia, che ben difficilmente accetteranno di rinunciare ai propri interessi nazionali e alle proprie prerogative in nome di tali principi globali. Anche perché, all’occorrenza, saranno in grado di difenderli militarmente.

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