Giubbe Rosse

"Quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi. Guidati da un nuovo paradigma, gli scienziati adottano nuovi strumenti e guardano in nuove direzioni. Ma il fatto ancora più importante è che, durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse anche quando guardano con gli strumenti tradizionali nelle direzioni in cui avevano già guardato prima. dopo un mutamento di paradigma gli scienziati non possono non vedere in maniera diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche".
Thomas S. Kuhn

CACCIARI E L’IRRECUPERABILE RITARDO DELLA SINISTRA CON LA STORIA

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Cacciari sogna di ripristinare di colpo la supremazia dei principi fondamentali sanciti dalle costituzioni sullo strapotere delle corporation private. In sé, niente di sbagliato, anzi. Il suo è un appello che qualunque persona di buon senso non può che sottoscrivere. C’è solo un problema: questo processo non è certo nato il 6 gennaio ed è un po’ tardi, ormai, per gridare al lupo.

"Dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c'è l'Autorità per concorrenza, per la privacy, che decide "questi messaggi in rete sono razzisti, sono sessisti, incitano alla violenza" e così via. E tu, Zuckerberg, li devi cancellare. Cioè deve essere l'autorità che dice a Zuckerberg cosa cancellare, invece qui è lui che decide. È una cosa dell'altro mondo".

Leggo questo lancio di agenzia e vengo immediatamente colto da un misto di sollievo e incredulità. Cacciari, uno non certo sospettabile di simpatie trumpiane, appare indignato per la censura subita dall’ormai ex presidente degli USA su piattaforme sociali e grandi network privati. Con l’atteggiamento enfatico e teatrale che lo contraddistingue, Cacciari vorrebbe ripristinare di colpo la supremazia dei principi fondamentali sanciti dalle nostre costituzioni sullo strapotere delle grandi corporation. In sé, niente di sbagliato, anzi. Il suo è un appello che qualunque persona di buon senso non può che sottoscrivere. C’è solo un problema: questo fenomeno non è certo nato il 6 gennaio e non è certo nato con Trump. La censura del pensiero non allineato è un processo che va avanti ormai da almeno trenta anni e che si muove in parallelo ad altri due fenomeni ad esso strettamente correlati: a) il progressivo trasferimento di prerogative un tempo dello Stato (inclusi, senza alcuna limitazione, gli spazi di discussione) dal settore pubblico verso quello privato e b) la disintegrazione sistematica dello stato nazionale e la sua progressiva perdita di sovranità a favore di organismi sovranazionali controllati da grandi poteri finanziari. Processo, anzi processi, che negli ultimi quattro o cinque anni hanno subito tutti una brusca e potente accelerazione per effetto principalmente dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di un parvenu estraneo ai potenti circoli dell’establishment di Washington e, più recentemente, della pandemia. Processi che si muovono in sincronia tra loro e che mirano tutti allo stesso obiettivo, come ha magistralmente illustrato Riccardo Paccosi in un suo post di oggi:

"quando Klaus Schwab scrive che l’OMS – struttura finanziata per tre quarti da privati – “è la sola organizzazione capace di coordinare una risposta globale alla pandemia” e che nel prossimo futuro essa dovrà, insieme all’ONU, sostituire gli stati-nazione nella direzione della governance globale, si comprende che la partita per il potere è combattuta in larga parte attraverso pubbliche dichiarazioni come questa che, grazie al contesto emergenziale e grazie al controllo dei media da parte dei privati, possono trasformarsi senza troppi problemi in profezie autoavveranti".

Processi che, ahimè, prima di oggi raramente hanno suonato un campanello di allarme tra gli intellettuali della cosiddetta sinistra, quando addirittura non sono stati da questi apertamente promossi e incoraggiati.

Vale la pena ricordare, infatti, che solo negli ultimi anni migliaia gli account in tutto il mondo sono stati bannati, oscurati, privati della monetizzazione o altrimenti censurati su reti e piattaforme sociali come Facebook, Twitter, YouTube, Reddit, Twitch per aver semplicemente proposto un approccio, una visione, un’interpretazione diversa rispetto a quella ufficiale (dalla politica, alla medicina, alla climatologia, all’analisi di fenomeni storici o di cronaca quotidiana, più recentemente, alla narrativa pandemica ufficiale). Da anni potenti lobby come Avaaz, travestite da ong e con la scusa di proteggere l’opinione pubblica dal proliferare di teorie “anti-scientifiche”, “complottiste” o altrimenti giudicate “pericolose”, fanno pressione su quelle stesse piattaforme affinché eliminino senza troppi scrupoli voci non allineate al pensiero ufficiale, facendo ricorso a tutti i mezzi resi oggi possibili dalle nuove tecnologie, dalla manipolazione degli algoritmi fino alla de-monetizzazione (ne abbiamo parlato qui). Sono anni che bulletti del web, autoproclamatisi debunker, chiedono a gran voce la censura nei confronti di chiunque osi contraddire le verità ufficiali, non ultimo chiedendone l’esplicita messa al bando su fonti come Wikipedia. Sono anni che, anche in Italia, assistiamo alla continua nascita di commissioni anti-odio, commissioni sulla verità, nuove fattispecie di reato create ad hoc e altre forme di censura, scoperte o implicite, tutte accomunate tra loro dall’inconfessato obiettivo di impedire la libera espressione di qualunque forma di pensiero dissenziente o non allineato a quello ufficiale. Sono anni che l’idolo del progressismo, Barack Obama, chiede esplicitamente una “regolamentazione” delle reti sociali, partendo dal presupposto che svolgere un ruolo sociale comporta anche una responsabilità sociale (principio di per sé inattaccabile, se non fosse che all’atto pratico diventa una comoda scusa per restringere l’uso delle reti sociali esclusivamente a chi non rappresenta una minaccia per i grandi interessi interessi politici e finanziari, come stiamo vedendo in questi giorni). Qualche settimana fa, in un’intervista rilasciata a The Atlantic, Obama si è spinto ad affermare che Internet e le reti sociali rappresentano “la singola più grave minaccia alla nostra democrazia” e ad auspicare “una combinazione di regolamenti governativi e pratiche aziendali che affronti questo problema”.

Insomma, i segnali c’erano tutti e da molto prima del 6 gennaio, almeno per chi non avesse il prosciutto sugli occhi. Non ci voleva molto a capire che l’esito finale sarebbe stato quello attuale. Quello che sta accadendo oggi con la censura nei confronti di Trump e del suo entourage dalle reti sociali non è il primo e non sarà certamente l’ultimo esempio di censura ed è addirittura infantile illudersi che, rimosso Trump, si possa tornare alla normalità. Così come è illusorio pensare che la vaccinazione ci consenta di recuperare la normalità pre-Covid, ammesso poi che già quella fosse normalità. È triste che Cacciari, sineddoche ed emblema di una sinistra storicamente in ritardo nell’analisi e nella comprensione dei fenomeni storici dell’ultimo trentennio, abbia avuto bisogno di questa dimostrazione plateale per capire ciò che molti di noi, sistematicamente ostracizzati dall’epistemocrazia dei salotti liberal, vanno ripetendo da tempo. È un po’ tardi oggi per gridare al lupo. La realtà, nel frattempo, è andata avanti e diventa persino superfluo chiedersi se quello di Cacciari sia un furbesco e maldestro tentativo di riposizionamento oppure una sincera, ma pur sempre ingenua e tardiva presa di coscienza.

Cacciari non dice cose sbagliate. Al contrario, dice cose talmente giuste da apparire ovvie e banali al barista, all’imbianchino, allo studente di informatica, al salumiere, che in molti casi sono approdati a queste conclusioni da molto tempo e senza il supporto di un enorme bagaglio culturale. Come sempre, parecchi intellettuali iniziano a credere all’alluvione solo quando l’acqua arriva al terzo piano e minaccia fisicamente il loro attico. Tornano in mente, anche stavolta, le profetiche parole dell’ultimo Costanzo Preve, allorché diceva che gli intellettuali odierni sono spesso più stupidi e meno perspicaci delle persone comuni.

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