Giubbe Rosse

"Quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi. Guidati da un nuovo paradigma, gli scienziati adottano nuovi strumenti e guardano in nuove direzioni. Ma il fatto ancora più importante è che, durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse anche quando guardano con gli strumenti tradizionali nelle direzioni in cui avevano già guardato prima. dopo un mutamento di paradigma gli scienziati non possono non vedere in maniera diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche".
Thomas S. Kuhn

BROGLI IN PENNSYLVANIA. IL PRECEDENTE DEL 1993

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Il caso Stinson-Marks, alle elezioni suppletive per il Senato della Pennsylvania del 1993, presenta analogie sorprendenti con le denunce di brogli nel voto per posta attualmente in corso negli USA

Ai primi di novembre del 1993, nel secondo distretto senatoriale della Pennsylvania (Nord Filadelfia), si svolge un’elezione suppletiva per coprire il seggio del Senato statale rimasto vacante dopo la prematura morte del senatore Frank Lynch. È un’elezione decisiva: dalla vittoria in questo distretto dipende la maggioranza al Senato della Pennsylvania. Si affrontano il democratico William Stinson e il repubblicano Bruce Marks. Lo scrutinio sembra assegnare inizialmente la vittoria a Marks, ma il conteggio degli “absentee ballots” ribalta il risultato a favore del democratico Stinson, che alla fine prevale con uno stretto margine. Stinson si insedia al Senato pochi giorni dopo, ma i repubblicani sono furiosi: accusano i democratici di brogli e decidono di ricorrere alla corte federale della Pennsylvania. A febbraio del 1994 il giudice Clarence Charles Newcomer riconosce che i voti per posta degli assenti presentano numerose irregolarità, tra cui diversi voti di elettori defunti, e assegna la vittoria a Marks, il quale subentrerà a Stinson nell’aprile del 1994.

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta in piccolo, la seconda molto più in grande, verrebbe da dire parafrasando la celebre frase di Marx. In queste ore, l’America è divisa come raramente è accaduto prima nella sua storia. Da un lato Donald Trump, appoggiato da larga parte del suo partito e dai suoi sostenitori, continua a ripetere di essere stato vittima di brogli in almeno cinque stati, nei quali era in vantaggio la sera del 3 novembre, salvo poi essere superato dal suo rivale l’indomani o nei giorni successivi a seguito del conteggio dei voti degli assenti e dei voti per posta. Dall’altro i democratici di Joe Biden, con l’appoggio pressoché totale dei mainstream e dei principali network televisivi americani e globali, sostengono l’inesistenza di brogli e la regolarità delle elezioni. I primi chiedono il riconteggio in più stati e l’intervento della magistratura per ripristinare la legalità dell’elezione escludendo i voti non validi. I secondi, facendo leva sulla proclamazione ufficiosa di Biden come “presidente eletto” da parte dei media, considerano le denunce di brogli infondate e accusano gli avversari di voler solo ritardare il momento della concessione della sconfitta per ostacolare la transizione. La tensione sta raggiungendo livelli difficilmente immaginabili fino a qualche anno fa, tra pesanti accuse di tradimento, censure (anche eccellenti) sulle reti sociali e sparate sensazionalistiche che ogni giorno promettono la rivelazione di verità sconvolgenti. Difficile prevedere ad oggi quale sarà l’esito finale. Senza entrare nel merito dei veri o presunti brogli, al momento si individuano solo due certezze: la prima è che il voto per posta è stato decisivo a favore di Biden; la seconda è che questo metodo di voto si presta facilmente a brogli, come dimostra, tra gli altri, il caso Stinson-Marks avvenuto in Pennsylvania nel 1993. Curioso precedente, considerato che proprio la Pennsylvania è in queste ore sotto i riflettori per una serie di denunce di irregolarità relative al voto per posta, che a questa tornata ha rappresentato oltre un terzo (circa il 36%) degli oltre 6,8 milioni di voti espressi nello Stato.

Un precedente illustre. Deciso prima dai voti per posta, poi dal giudice

L’elezione suppletiva che si svolge ai primi di novembre del 1993 nel secondo distretto senatoriale della Pennsylvania (zona nord di Filadelfia) presenta singolari affinità con quanto sta accadendo in queste ore in quello stesso Stato e in altri Stati americani. La morte del senatore democratico Frank Lynch nel maggio di quell’anno lascia vacante un seggio al Senato della Pennsylvania, uno stato che nel dopoguerra ha conosciuto alternativamente amministrazioni democratiche e repubblicane e che ora al Senato vede un’insolita parità numerica tra senatori dei due partiti. La sfida è, dunque, di quelle decisive. La vittoria in questo distretto determina anche la maggioranza al Senato. I democratici nominano William Stinson, leader della 33a circoscrizione. I repubblicani puntano, invece, su Bruce Marks, il quale aveva ottenuto un buon risultato nell’elezione del 1990, che pure aveva perso a favore di Lynch. Come se non bastasse l’importanza della posta in gioco in Pennsylvania, la tensione tra i due partiti è altissima anche a livello nazionale. I repubblicani hanno appena vinto l’elezione per governatore in New Jersey battendo il candidato democratico in carica per stretto margine. I democratici li accusano di aver distribuito migliaia di dollari in contanti alle minoranze per non farli votare. Più tardi decideranno di lasciar perdere e rinunciare alla causa legale. Dal canto loro, i repubblicani accusano i democratici di aver ridisegnato i confini dei collegi in Pennsylvania (il cosiddetto gerrymandering) in modo da favorire i propri candidati. Marks parte svantaggiato: la “macchina democratica”, come la definisce nelle interviste, gli ha tolto dal distretto i quartieri in cui nel 1990 ha battuto Lynch. Ma la sua popolarità è in crescita e i democratici temono la sconfitta. Come previsto, l’elezione è un testa a testa. Il repubblicano Marks sembra inizialmente prevalere: su circa 40.000 voti ha un vantaggio di 562 voti. Poi i funzionari elettorali iniziano il conteggio degli absentee ballots e lì la situazione si inverte completamente: Stinson ottiene 1.391 voti dalle schede inviate per posta contro i soli 366 di Marks e alla fine si aggiudica la vittoria con lo stretto margine di 463 voti.1 2 Le accuse di brogli non si fanno attendere. I repubblicani denunciano che centinaia di elettori in aree popolate da neri e latinos nel 2° distretto sono stati indotti, consapevolmente o inconsapevolmente, a votare per posta. Molti di loro non hanno esperienza nel voto per posta e vengono istruiti a votare per il candidato democratico. Molte preferenze risultano espresse in modo improprio o sospetto, alcune schede appaiono palesemente falsificate. Un consigliere comunale, democratico, ma apparentemente indignato per quanto aveva osservato, mette la pulce nell’orecchio a Marks, che a quel punto inizia a muoversi. Dirà anni dopo:

"La macchina democratica e la campagna di Stinson avevano messo in piedi un piano per convincere le persone a votare, consapevolmente o inconsapevolmente, per posta. [...] Il piano includeva il pagamento di un dollaro alle persone per firmare una domanda, dietro la promessa di poter vincere un frigorifero nuovo o un abbonamento gratuito a una rivista. Non solo, consegnarono a mano le schede all'ufficio della Commissione comunale (severamente vietato dallo statuto statale), ma questo non importava granché, perché a quell'epoca i commissari comunali Marge Tartaglione e Alex Talmadge erano coinvolti nei brogli. [...] Insomma, fu un caso di brogli sfacciato. [...] C'era un numero molto, molto elevato di voti per posta di assenti in un'area in cui si registrava tipicamente una bassa partecipazione dei votanti e questo fece scattare l'allarme. [...] Provammo a contestare i voti degli assenti all'ufficio elettorale, ma i rappresentanti di lista dei democratici e i funzionari dell'ufficio non ci permisero di accedere ad alcune aree. Ci minacciarono. A quanto pare, stavano addirittura votando per conto di persone che non si erano mai recate fisicamente al seggio. Come poi si scoprì, un paio di quegli elettori erano addirittura morti. [...] Così, ci recammo alla Commissione comunale. I membri erano tutti coinvolti nei brogli, ma all'epoca non lo sapevamo. Cercarono di coprire l'intera vicenda e non arrivammo da nessuna parte, poi fecero insediare Stinson illegalmente, nonostante vi fosse un ricorso pendente. Non cercammo udienza presso la Common Pleas Court, perché il giudice era un ex leader della circoscrizione democratica e disse che dovevo depositare un'obbligazione di $ 50.000 se volevo procedere. Decidemmo, invece, di rivolgerci alla corte federale. [...] Le corti federali non amano farsi coinvolgere in controversie sulla varietà di giardini, come un voto sospetto qui o un voto sospetto là. Ma, se riesci a dimostrare una frode sistematica, come noi fummo in grado di fare, allora sì, si muovono".

Marks trova un insperato alleato nel giornale The Philadelphia Inquirer, che decide di mandare in giro i suoi reporter a intervistare gli elettori per fare chiarezza sulle denunce. Dopo settimane di interviste, il giornale sostiene di aver riscontrato almeno 220 irregolarità nei voti per posta, tra cui 24 casi di contraffazione del documento di identità. A questo punto, anche il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti e l’ufficio del procuratore generale della Pennsylvania decidono di interessarsi al caso. L’indagine si estende e porta alla luce irregolarità ben più vaste di quelle già rivelate dal giornale. I brogli sembrano essersi concentrati prevalentemente in quartieri popolati a maggioranza da neri e latinos:

"A una conferenza stampa sponsorizzata dai repubblicani che si è tenuta questa settimana a Washington, Zoraida Rodriguez, che vive nel distretto, ha raccontato quello che le è accaduto. La signora Rodriguez ha detto che, una settimana prima del giorno delle elezioni, un uomo è venuto a casa sua con una scheda da inviare per posta e le ha chiesto di mettere una croce su un riquadro e di firmare il suo nome. Lei lo ha fatto e lui se n'è andato. L'indomani una donna si è presentata alla sua porta con un'altra scheda di voto per posta e ha chiesto al marito di votare. Quando la Rodriguez ha spiegato che suo marito era in prigione, la donna le ha chiesto di votare per lui. "Chiunque può votare per chiunque [altro]'', le ha detto la donna. Più tardi, non sicura di aver votato correttamente, la Rodriguez si è recata personalmente al seggio elettorale del quartiere il giorno delle elezioni. "Ho votato due volte'', ha ammesso. "Volevo votare in modo legale, come si deve fare. Non mi fidavo del voto per posta''. Un'altra elettrice, Diana Irizarry, fresca di maturità alla scuola superiore, ha raccontato che un addetto alla campagna elettorale si è presentato alla sua porta e le ha spiegato che c'era una nuova legge e che stavano raccogliendo i voti degli assenti. Era un nuovo sistema e mi ha chiesto se ero disposta a firmare. La Irizarry dice che la scheda che le è stata mostrata non aveva nomi, solo una scelta secca tra democratico e repubblicano. La Irizarry ha detto che voleva votare per Marks, al che l'uomo le ha detto di mettere la croce su Democratico. "Io l'ho fatto e ho firmato'', racconta. Adesso la Irizarry dice di sentirsi raggirata, dal momento che Marks è un repubblicano".

Le inchieste del Philadelphia Inquirer non passano inosservate e vengono rilanciate dai grandi quotidiani a tiratura nazionale, come il Washington Post3. Il caso finisce alla Corte Suprema della Pennsylvania. Dopo quattro giorni di dibattimento, il 19 febbraio 1994 il giudice Clarence Charles Newcomer4 rende pubblica la sua sentenza, nella quale si legge: “Sono state presentate prove sostanziali che dimostrano la presenza di brogli, inganni, intimidazioni, molestie e falsificazioni con le schede dei voti per posta”. La sentenza ribalta il risultato dell’elezione, annullando la vittoria di William Stinson e assegnando il seggio a Bruce Marks, il quale si insedierà al Senato della Pennsylvania il 28 aprile dello stesso anno. L’aspetto fondamentale di questa sentenza è che il giudice Newcomer, preso atto delle irregolarità, invalida tutte le 1.757 schede elettorali per posta, in pratica ratificando il risultato dello scrutinio dei voti espressi nei seggi. La sua motivazione fa leva su una precedente sentenza di una corte dell’Alabama, la quale aveva stabilito che, laddove vi fossero prove di brogli su larga scala, non era necessario definire l’estensione di tali brogli con “precisione matematica” per invalidare i voti. Un interessante e dettagliato resoconto del processo ci viene da un’articolo del New York Times dello stesso giorno, oggi accessibile in rete in formato digitale:

"Il giudice Newcomer ha stabilito che la campagna democratica di William G. Stinson ha rubato l'elezione a Bruce S. Marks nel secondo distretto senatoriale di North Philadelphia attraverso un elaborato sistema di brogli, in cui centinaia di residenti sono stati incoraggiati a votare da assenti, benché non avessero motivi legali per farlo, come una disabilità fisica o un viaggio programmato fuori città. In molti casi, secondo i repubblicani che hanno testimoniato durante un processo civile durato quattro giorni la scorsa settimana, i sostenitori della campagna democratica hanno falsificato le schede elettorali. In molte delle schede, sono stati utilizzati i nomi di persone che vivevano a Porto Rico o stavano scontando un periodo di prigione, in un caso un elettore era morto da tempo. Il distretto, che comprende quartieri bianchi, neri e ispanici, è a schiacciante maggioranza di elettori democratici registrati. Tuttavia, gli addetti alla campagna elettorale hanno testimoniato che la diffusa apatia tra gli elettori li aveva spinti a promuovere un "nuovo modo di votare" per assicurarsi la vittoria attraverso la campagna porta a porta.
[...]
Due democratici su tre del consiglio elettorale, che è un organo elettivo, hanno testimoniato di essere a conoscenza dei brogli, di non aver intenzionalmente fatto rispettare la legge elettorale e, in seguito, di aver cercato di nascondere la propria attività certificando frettolosamente il candidato democratico come vincitore.
[...]
Il giudice Newcomer ha ordinato che il signor Stinson, un ex vicesindaco di Filadelfia di 49 anni, venga rimosso dal proprio incarico presso il Senato dello Stato e che il signor Marks, avvocato di 36 anni ed ex assistente del senatore degli Stati Uniti Arlen Spectre, venga certificato vincitore entro 72 ore. "Si tratta di una misura straordinaria", ha scritto il giudice Newcomer. "Tuttavia, questa risulta appropriata, dal momento che il comportamento straordinario della campagna di Stinson e del consiglio elettorale comunale ha contaminato la totalità dei voti degli assenti espressi per posta". Il signor Marks ha ottenuto 564 voti in più nelle cabine elettorali rispetto al suo avversario democratico. Ma il signor Stinson ha vinto le elezioni con 461 voti dopo aver ottenuto l'80% delle 1.757 schede per assente.
[...]
Gli esperti legali affermano che la decisione del giudice Newcomer è alquanto insolita, poiché ha respinto tutte le 1.757 schede degli assenti. Il giudice ha scritto nella sua sentenza: "La volontà dell'elettorato si riflette nei voti espressi nelle macchine per il voto". Per giustificare la sua decisione di eliminare tutte le schede degli assenti, il giudice ha citato un caso analogo in Alabama. In quel caso, la Corte d'Appello degli Stati Uniti per l'11° circuito di Atlanta stabilì nel 1986 che non c'era bisogno di essere "matematicamente precisi" quando un candidato si è impegnato in "massicce"
violazioni della legge elettorale".

Ieri e oggi: il diverso approccio dei mainstream di fronte alle accuse di brogli

Il caso Stinson-Marks del 1993 è interessante per almeno due motivi. Primo perché conferma l’enorme opacità del voto per posta, che si presta fatalmente a manipolazioni e alterazioni illecite di vario genere, specialmente in contesti nei quali uno dei partiti detiene una solida maggioranza in tutti gli uffici e gli organi decisionali locali, dove può contare sull’accondiscendenza di funzionari e dipendenti “di fiducia”. È il caso di grandi centri urbani come Filadelfia e Detroit, dove i democratici governano storicamente da decenni e dove, non a caso, si registrano le principali denunce di brogli anche alle ultime elezioni presidenziali di due settimane fa. Su questo punto non ci dilungheremo oltre, limitandoci a ricordare che una commissione bipartitica sulla Riforma Federale delle elezioni, presieduta dall’ex presidente Jimmy Carter e dall’ex segretario di Stato James A. Baker III, riconobbe nel 2005 che “i voti per corrispondenza rimangono la più grande fonte di potenziali frodi elettorali” e che “i sistemi di compravendita del voto sono molto più difficili da individuare quando i cittadini votano per posta”5.
Questo caso è interessante, però, anche per un altro motivo. Immergersi nella lettura di articoli di 27 anni fa, spesso ancora disponibili grazie alla digitalizzazione avvenuta nel frattempo, ci permette di capire come l’atteggiamento editoriale delle grandi testate americane sia profondamente cambiato da allora ad oggi. Se nel 1993 l’approccio di grandi quodidiani come New York Times e Washington Post poteva ancora dirsi sostanzialmente equilibrato o, quanto meno, aperto all’ascolto di “entrambe le campane”, oggi non è più così. Mainstream e grandi network televisivi non solo sono apertamente schierati a favore di uno dei due candidati, ma appaiono anche del tutto privi di qualsiasi volontà di approfondimento e di indagine giornalistica. Benché potenzialmente gravissime, ove mai venissero confermate, le denunce di brogli sollevate dalla campagna di Donald Trump sono state etichettate fin dal primo giorno come infondate o inconsistenti. Piuttosto che confutarle, si preferisce passarle sotto silenzio. In altri casi, si cerca di delegittimarne il contenuto screditando la fonte. Peggio ancora sta avvenendo sulle reti sociali, segnatamente su Facebook e Twitter, che sono quelle più popolari e usate ormai dai candidati politici di tutto il mondo. Qui si è arrivati, nei casi più eclatanti, a censurare video, post o testimonianze dirette di brogli. In altri si è preferito aggiungere patetici avvisi ai lettori sulla presunta infondatezza delle denunce e sulla sicurezza del voto per posta. 27 anni fa tutto questo sarebbe stato impensabile. Distacco e obiettività non solo erano considerati requisiti professionali imprescindibili. Al di là della diversa linea editoriale, ogni testata condivideva con le altre lo stesso identico obiettivo: raggiungere il maggior numero possibile di lettori, coprendo un arco di idee, posizioni politiche e ideologie quanto più possibile ampio e variegato. In un simile contesto, la faziosità era controproducente. Muovendosi all’interno di questo spazio, il giornalista godeva ancora di una relativa libertà di manovra ed era proprio questa che gli permetteva – sempre entro certi limiti, si intende – di scavare a fondo in casi sospetti o scabrosi portando alla luce scandali imbarazzanti che coinvolgevano politici di primo piano o interi partiti. Niente di tutto questo sembra essere rimasto al giorno d’oggi. Al contrario, la faziosità è diventata ormai non solo la regola, ma anche il requisito essenziale richiesto a qualunque giornalista mainstream. Consapevolmente, si esclude dal range delle notizie riportate qualsiasi opinione o fatto che, per qualsiasi motivo, non sia considerato convergente con la linea editoriale, la quale è peraltro sempre più simile da una testata all’altra fino ad apparire indistinguibile. Anche le reti sociali, che per qualche tempo hanno offerto un canale alternativo o uno sfogo per idee non allineate, sembrano oggi sempre meno propense ad accogliere qualsiasi alterità. In questo contesto, in cui mainstream è ormai sinonimo di ufficiale, la funzione del giornalismo investigativo è ormai demandata a tutto ciò che non è mainstream: blog, forum, gruppi di discussione sempre più privati, sempre più chiusi, sempre più clandestini. Comunque vadano a finire, le elezioni presidenziali americane del 2020 hanno portato alla luce le enormi contraddizioni del mondo dell’informazione odierno. Escludere “l’altra metà” delle notizie significa escludere l’altra metà delle opinioni e, in ultima analisi, l’altra metà della popolazione, quella che, a torto o a ragione, non si riconosce più nelle verità ufficiali. Un processo che difficilmente può non essere definito come totalitario e che non promette niente di buono per il futuro.

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