Giubbe Rosse

"Quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi. Guidati da un nuovo paradigma, gli scienziati adottano nuovi strumenti e guardano in nuove direzioni. Ma il fatto ancora più importante è che, durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse anche quando guardano con gli strumenti tradizionali nelle direzioni in cui avevano già guardato prima. dopo un mutamento di paradigma gli scienziati non possono non vedere in maniera diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche".
Thomas S. Kuhn

UN FALCO IN ABITI DA DONNA

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Chi è Michèle Flournoy, il nome più gettonato per ricoprire la carica di Segretario alla Difesa nell’amministrazione Biden.

Joe Biden non è ancora ufficialmente il 46° presidente degli Stati Uniti. Oltre al riconteggio in Georgia e alle denunce di brogli che si moltiplicano in queste ore dal Michigan, alla Pennsylvania, al Wisconsin, alla Georgia[1][2], pendono ancora sull’investitura finale i ricorsi della campagna di Trump e del partito repubblicano presso le corti supreme statali e presso la Corte Suprema Federale. L’unica certezza, ad oggi, è che Joe Biden è il primo presidente eletto per acclamazione dai media, il che significa prima della tradizionale ratifica della General Services Administration e della formalizzazione a inizio gennaio dei voti espressi dal Collegio elettorale a dicembre. Curiosamente la sua voce italiana su Wikipedia lo indica già oggi come “presidente eletto”, citando come riferimenti per tale investitura ufficiale fonti ufficiose come l’Associated Press e la CNN. Insomma, solo pochi al mondo dubitano in queste ore che Biden sarà il prossimo presidente. Ancora meno, però, sono in America quelli che dubitano che il prossimo Segretario alla Difesa sarà Michèle Flournoy, un nome forse poco noto al grande pubblico, ma certo ben conosciuto negli ambienti militari e giornalistici e nei circoli politici più vicini alle stanze del potere a Washington. Dalle principali testate mainstream fino alle riviste militari, tutti sono pronti a scommettere che alla fine sarà lei ad occupare la sedia più alta del Department of Defense. Da sempre vicina ai circoli democratici, la Flournoy non fa mistero di gradire particolarmente tale incarico fin da ben prima delle elezioni. Già a inizio agosto, a precisa domanda di un giornalista di NBC News in occasione dell’Aspen Security Forum, ha risposto: “Vedremo. Di certo, io ho dichiarato apertamente il mio sostegno a Joe Biden. Penso che lui sia la risposta giusta per il nostro paese. E, francamente, farei qualsiasi cosa per aiutarlo ad avere successo per il bene del paese”[3]. Altrettanto nota è la sua avversione per la politica internazionale di Donald Trump. al quale rimprovera di aver maltrattato gli alleati e di non aver sufficientemente preso sul serio la minaccia cinese, ad onta della guerra commerciale scatenata per quattro anni contro Pechino. La Flournoy è convinta che gli Stati Uniti perderanno la propria superiorità tecnologica e militare nei confronti della Cina entro i prossimi 10 anni senza un deciso ripensamento della strategia e della spesa militare. Inoltre, si dice contraria a un prematuro ritiro delle truppe dall’Afghanistan fino a quando non avrà avuto inizio un vero negoziato di pace tra il governo afghano e i talebani. “Penso che sarebbe un errore per gli Stati Uniti ritirarsi o ritirarsi precipitosamente, in particolare per andarsene prima che la pace diventi concreta. Perché essenzialmente questo significherebbe togliere il terreno da sotto i piedi dei nostri partner del governo afghano, dalle donne afghane e dalla società civile afghana, dopo che abbiamo combattuto duramente per aiutarli a sedersi al tavolo”[4].

Dietro il lessico da progressista, un curriculum da falco

Come già suggerisce l’ultima citazione, la Flournoy eccelle nella stessa arte in cui è sempre stata maestra Hillary Clinton e che, più in generale, è diventata il marchio di fabbrica di ogni amministrazione democratica da Bill Clinton fino a Barack Obama: giustificare abilmente guerre, interventi militari, intromissioni indebite nella politica interna di altri stati, interessi finanziari e strategici talvolta espliciti dietro la retorica della difesa dei diritti umani e delle minoranze, in particolare delle donne. È assai probabile che queste capacità dialettiche la aiuteranno a trovare sponde influenti anche nei salotti televisivi americani, da sempre molto sensibili alla retorica progressista e femminista, oltre al fatto, naturalmente, che sarebbe la prima donna a occupare quello che è probabilmente il ministero più importante di ogni amministrazione dopo quello di Segretario di stato. Eppure, la Flournoy ha un curriculum da falco che fa invidia a quello di Donald Rumsfeld o Dick Cheney.

ConsortiumNews, la testata fondata dall’ex giornalista investigativo Robert Parry, ne traccia un ritratto a dir poco inquietante: non solo spietata arrivista, abile intermediatrice tra Pentagono e aziende del complesso militare-industriale, priva di scrupoli nell’arricchirsi con il denaro dei contribuenti, ma anche tenace sostenitrice dell’interventismo militare e della necessità per gli Stati Uniti di assicurarsi a qualsiasi prezzo un vantaggio sui propri avversari mediante il ricorso all’aggressione preventiva. Già nel 1997, come assistente del Segretario alla Difesa per la strategia sotto Bill Clinton, la Flournoy si mette in luce come principale autore della Quadrennial Defense Review (QDR), un documento pubblicato ogni quattro anni fino al 2014, che, di fatto, getta le basi ideologiche per la politica della “guerra infinita” che gli Stati Uniti perseguiranno da allora ad oggi. La “strategia di difesa” delineata nella QDR annuncia al mondo che gli Stati Uniti non saranno più vincolati da allora in poi dal divieto della Carta delle Nazioni Unite contro la minaccia o l’uso della forza militare, in base al principio secondo cui “quando gli interessi in gioco sono vitali, dobbiamo fare tutto ciò che serve per difenderli, incluso, se necessario, l’uso unilaterale della forza militare”. Il concetto di difesa degli interessi vitali viene, quindi, interpretato in maniera decisamente estensiva, fino a includere “la prevenzione dell’emergere di coalizioni regionali ostili” in qualunque area del globo e la “garanzia di un accesso irristretto ai mercati chiave, alle forniture energetiche e alle risorse strategiche”. Il che equivale, in pratica, a giustificare qualsiasi intervento aggressivo in ogni angolo del pianeta con il principio della difesa preventiva di interessi nazionali vitali. È qui che ha inizio la strabiliante carriera della Flournoy, fatta di porte girevoli tra il Pentagono, società di consulenza per aziende del complesso militare-industriale in cerca di lucrosi contratti con il Pentagono e think tank militari-industriali come il Center for a New American Security (CNAS), che lei stessa contribuisce a fondare nel 2007. Nel 2009 entra a far parte dell’amministrazione Obama come sottosegretario alla difesa per la politica, incarico nel quale si distingue come principale architetto dei disastri politico-umanitari in Libia e Siria e di una nuova escalation della guerra infinita in Afghanistan, prima di dimettersi nel 2012. Dal 2013 al 2016 entra a far parte di Boston Consulting, una società di consulenza per contractor militari. Grazie ai suoi contatti privilegiati al Pentagono, la Flournoy fa aumentare il fatturato dell’azienda da $ 1,6 milioni nel 2013 a $ 32 milioni nel 2016. Il suo stipendio nel 2017 è di $ 452.000 all’anno. Nel 2017 fonda insieme al vicesegretario di Stato del presidente Obama, Antony Blinken, una propria società di consulenza aziendale, la WestExec Advisors, dove la Flournoy continua a vincere lucrosi contratti del Pentagono e a portare a casa guadagni favolosi.

Trattandosi di una mente che opera dietro le quinte, per lo più ignota al grande pubblico, quasi mai viene accusata apertamente dei disastri militari, accusa alla quale si trova, invece, esposta Hillary Clinton durante la sua campagna presidenziale del 2016. Eppure, in ogni sua pur rara intervista, in ogni suo intervento pubblico, la Flournoy non esita mai a esplicitare il suo credo bellicista e interventista. Nel giugno 2002, in un’intervista al Washington Post, sostiene senza mezzi termini la necessità di un attacco preventivo all’Iraq. Nel 2003, insieme ad altri falchi democratici, collabora alla creazione di un articolo intitolato Progressive Internationalism, che diventerà da allora in poi anche il principio ispiratore del partito democratico in materia di politica internazionale. In poche parole, la versione edulcorata e adattata alla sensibilità democratica della dottrina di Paul Wolfowitz. Un principio che, se da un lato accetta a parole il multilateralismo, dall’altro riafferma la necessità che gli USA mantengano l’esercito più capace e tecnologicamente avanzato del mondo e ne facciano uso ogni qualvolta gli interessi nazionali lo richiedono. Nel 2005 firma insieme al Project for a New American Century (PNAC) una lettera in cui si chiede al Congresso di “aumentare sostanzialmente le dimensioni del servizio attivo di esercito e corpo dei marines di almeno 25.000 soldati ogni anno per ogni anno a venire”. Sotto Obama si distingue come uno dei principali falchi che spingono in favore dell’escalation militare in Afghanistan e della guerra alla Libia. Nel 2016 è coautrice di un rapporto del CNAS intitolato Expanding American Power, di cui fanno parte noti falchi neocon come l’ex aiutante di Dick Cheney, Eric Edelman, il co-fondatore del PNAC Robert Kagan e il consigliere per la sicurezza nazionale di Bush, Stephen Hadley. Il rapporto riafferma la necessità di maggiori spese militari, spedizioni di armi in Ucraina, rinnovate minacce militari contro l’Iran, azioni militari più aggressive in Siria e Iraq. Nel 2019, quando il Congresso cerca di bloccare la partecipazione degli Stati Uniti alla disastrosa guerra in Yemen e chiede di vietare la vendite di armi all’Arabia Saudita, la Flournoy si oppone al divieto.

L'ossessione per la deterrenza contro la minaccia cinese

Esiste un consenso pressoché assoluto tra gli opinionisti mainstream che commentano in questi giorni le elezioni americane circa il fatto che l’amministrazione Biden, se e quando verrà ufficializzata, sarà caratterizzata da una distensione dei rapporti nei confronti della Cina. Tale idea, a ben guardare, si fonda ingenuamente sulla convinzione che, una volta conclusa la stagione della guerra dei dazi inaugurata da Trump, i rapporti tra Washington e Pechino andranno automaticamente a migliorare. Peccato che questo sia puro wishful thinking. Quand’anche la guerra commerciale tra Washington e Pechino si avviasse veramente verso una tregua, ciò cambierebbe ben poco sul fronte strategico-militare. Biden e i principali consiglieri del partito democratico hanno maturato da tempo convinzioni precise circa l’atteggiamento da adottare in futuro nei confronti del gigante asiatico. Convinzioni che lasciano ben poco spazio a illusioni circa una distensione nei rapporti bilaterali tra le due potenze, specialmente se, come tutto lascia intendere, sarà proprio la Flournoy a ricoprire l’incarico di Segretario alla Difesa nei prossimi quattro anni. Così scriveva la Flournoy in un articolo del 21 luglio scorso su Think:

"Per prevenire il conflitto, gli Stati Uniti devono mantenere la capacità militare di scoraggiare la Cina, dimostrando, cioè, di essere in grado negare il successo di un'eventuale aggressione o di infliggere costi così alti che Pechino faccia un passo indietro prima del baratro. Il problema è questo: se crediamo alle analisi e ai giochi di guerra dello stesso Pentagono, la forza attuale potrebbe essere insufficiente per scoraggiare o sconfiggere l'aggressione cinese in futuro. L'analisi del Pentagono mostra che l'esercito americano è pronto per combattere l'ultima guerra. Ma molti dei sistemi d'arma che hanno garantito alle forze statunitensi un vantaggio nei conflitti in Medio Oriente sono incredibilmente vulnerabili agli attacchi di una guerra elettronica avanzata, alle capacità cibernetiche e ai missili a guida di precisione di Cina e Russia. Gli Stati Uniti devono intraprendere azioni urgenti per invertire questa preoccupante tendenza. Mantenere e, infine, estendere il proprio vantaggio tecnologico-militare rispetto a concorrenti di grandi potenze come la Cina deve diventare la massima priorità di investimento del Pentagono. In caso contrario, quel vantaggio andrà perduto entro il decennio."

La Flournoy è fermamente convinta che solo una strategia della deterrenza possa aiutare a tenere sotto controllo l’incontenibile avanzata cinese e che, a tal fine, sia necessario per gli Stati Uniti aumentare il budget per la spesa militare fino a quando la superiorità tecnologica sarà tale da scoraggiare qualsiasi avventurismo di Pechino. In un articolo su Foreign Affairs del 18 giugno, la Flournoy sostiene, infatti, che la Cina ha maturato la convinzione che gli Stati Uniti siano una “potenza decadente” e questo potrebbe incoraggiare Pechino, in un arco di tempo di 5-10 anni, ad assumere rischi, ad esempio attuare un attacco o un blocco di Taiwan. Solamente una presenza militare statunitense ancora più aggressiva nei mari e nei cieli attorno alla Cina e un rafforzamento del vantaggio tecnologico riusciranno a intimidire la Cina e a limitare la sua presenza militare. Concetti che la Flournoy esprime in maniera esaustiva e dettagliata nella sua relazione del 15 gennaio 2020 presso il CNAS intitolata “Il ruolo del Dipartimento della Difesa nella competizione con la Cina”. Grazie al massiccio e sistematico furto della proprietà intellettuale occidentale e alla sua dottrina della “fusione civile-militare”, in cui qualsiasi progresso tecnologico commerciale o basato sulla ricerca con applicazioni militari deve essere condiviso con l’Esercito popolare di liberazione, scrive la Flournoy, l’esercito cinese ha compiuto rapidi progressi, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale e del machine learning.

"La teoria della vittoria della Cina si basa sempre più sulla "guerra di distruzione del sistema", su uno sforzo per eliminare o paralizzare le reti di un avversario all'inizio del conflitto, dispiegando sofisticate guerre elettroniche, contro-spazio e capacità cibernetiche per interrompere le reti C4ISR critiche, contrastare il potere previsionale degli Stati Uniti e minare la nostra determinazione nazionale. Ciò significa che gli Stati Uniti non possono più dare per scontato che lo spazio sia un dominio incontrastato da cui fornire servizi come allerta precoce, navigazione e comunicazioni. In futuro, lo spazio sarà un dominio critico della guerra attraverso cui e da cui proiettare il potere. Per prevenire calcoli sbagliati o escalation di conflitti con un rivale dotato di armi nucleari, gli Stati Uniti devono decidere le tecnologie alle quali dare la priorità per lo sviluppo, l'acquisizione e la dimostrazione, al fine di scoraggiare in modo credibile qualsiasi aggressione, negare a qualsiasi avversario la capacità di impadronirsi rapidamente del territorio e prepararsi a infliggere costi significativi per qualsiasi atto di aggressione. E dobbiamo farlo tenendo a mente due tempi: la deterrenza nel breve periodo (i prossimi 5-10 anni) e la deterrenza nel lungo periodo (oltre i 10 anni). Gli Stati Uniti devono pensare in modo creativo a come impedire a una grande potenza rivale di intraprendere la strada della guerra. A titolo illustrativo, di quali capacità avrebbero bisogno le forze statunitensi per minacciare in modo credibile di affondare 300 navi militari, sottomarini e navi mercantili entro 72 ore? Una tale capacità rappresenterebbe certamente un dilemma fondamentale per qualsiasi grande potenza che contempli l'aggressione, costringendola a considerare se valga la pena mettere a rischio l'intera flotta."

Quasi superfluo aggiungere che questo approccio “preventivo” alla guerra tecnologica del futuro, volto a prolungare di almeno altri dieci anni l’incontrastato dominio militare americano sul resto del pianeta, trova calorosa accoglienza non solo negli ambienti militari, ma anche nei salotti politici storicamente più guerrafondai di Washington. Illuminante, a tal proposito, l’articolo del Washington Post del 9 settembre scorso a firma di George Frederick Will, dove non solo si auspica apertamente una vittoria di Biden, ma si sponsorizza senza mezzi termini la candidatura di Michèle Flournoy al ruolo di Segretario alla Difesa. Biden, dal canto suo, sembra ormai aver fatto propria la filosofia della Flournoy. In un’intervista al sito militare Stars and Stripes del 10 settembre scorso, Biden ha dichiarato apertamente di “non prevedere significative riduzioni delle spese militari per i prossimi quattro anni, poiché i militari rifocalizzano la propria attenzione sulle potenziali minacce provenienti da potenze vicine come Cina e Russia”. Biden ha poi aggiunto:

"Ho incontrato un certo numero di miei consiglieri e alcuni hanno suggerito che in alcune aree il budget [militare] dovrà essere aumentato".

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